Glyco Test: approfondimenti scientifici

I biomarcatori di danno precoce da glicazione

La rapida crescita dello sviluppo di malattie metaboliche dell’ultima decade è stata anche associata a un incremento nel consumo di cibi e bevande ricchi in zuccheri semplici e sostanze metabolicamente affini. Una causa emergente è correlata alla glicazione, un processo con il quale gli zuccheri semplici (in particolare glucosio e fruttosio) si legano in maniera spontanea (non enzimatica) con altre molecole, modificandone la loro funzione e formando dei complessi radicalici (AGEs). Le ricerche più recenti hanno evidenziato l’importanza della glicazione nella clinica umana caratterizzandone due aspetti particolarmente rilevanti per la gestione delle malattie correlate a:

  • Metabolismo e diabete
  • Infiammazione sistemica
Malattia diabetica e dismetabolismo. L’attuale valutazione della sola emoglobina glicata o della glicemia non riescono a evidenziare la risposta ai “picchi” di glucosio e fruttosio e le fluttuazioni glicemiche postprandiali, e rappresentano una misurazione inadeguata e incompleta per la evidenza prediabetica o della possibile evoluzione diabetica, anche in gravidanza. È possibile invece misurare gli effetti dei picchi glicemici e dell’andamento dei picchi di fruttosio in modo preciso, attraverso la misurazione di metilgliossale e albumina glicata, anticipando così le necessarie azioni preventive alla progressione iperglicemica o francamente diabetica.

  • Schmidt M.I. et al., Lancet Diabetes Endocrinol. 7, 267–277 (2019) doi: 10.1016/s2213-8587(19)30058-0
  • Rodriguez-Segade S. et al., Acta Diabetol. (2019). doi: 10.1007/s00592-019-01342-5
  • Richter B et al., Cochrane Database Syst. Rev. 10, CD012661 (2018). doi:10.1002/14651858.CD012661.pub2
  • Piuri G et al., Nutrients12(2), 479 (2020).doi: 10.3390/nu12020479
Infiammazione sistemica. Nel 2017, due articoli pubblicati sullo stesso numero del JACI hanno definito che il 62% delle reazioni infiammatorie o simil-allergiche, quelle in cui non si riesce a identificare un rapporto univoco di causa-effetto tra un antigene e la risposta dell’organismo, possono dipendere dalla presenza di prodotti di glicazione dovuti ad eccessi di glucosio e fruttosio. Numerosi studi stanno evidenziando come la presenza di prodotti di glicazione influenzino in modo indipendente il rischio cardiovascolare, l’ossidazione delle HDL e lo sviluppo di patologie aterosclerotiche.

  • Anto J.M. et al., Journal of Allergy and Clinical Immunology 139, 388–399 (2017). doi: 10.1016/j.jaci.2016.12.940
  • Smith P.K. et al., J. Allergy Clin. Immunol. 139, 429–437 (2017) doi: 10.1016/j.jaci.2016.05.040

Metilgliossale (MGO) e Albumina Glicata (AG)

Sono due molecole che il GlycoTest misura e che permettono di riconoscere precocemente eventuali danni da zuccheri o sostanze affini (come alcol e polioli) derivanti da oscillazioni ripetute dei livelli di glicemia e dall’accumulo di sostanze glicotossiche nell’organismo. MGO: Il metilgliossale è una sostanza ossidante il cui valore cresce in modo proporzionale all’andamento della glicemia e dei livelli di fruttosio, considerandone anche i picchi e le discese. È un prodotto che deriva dalla glicolisi e, in condizioni di iperglicemia, l’organismo ne aumenta la produzione. Un picco di zuccheri successivo al pasto o all’assunzione di dolci, di fruttosio o di alcol (ad esempio vino o importanti quantità di frutta), ne determina la crescita immediata, seguita da un calo diretto.Il MGO però, si accumula progressivamente nell’organismo e la discesa dei suoi livelli di base avviene nel corso di qualche giorno o settimana di dieta controllata. Un organismo sano controlla i livelli di MGO con un sistema di detossificazione che ne trasforma il 99% in composti meno reattivi. Il suo accumulo, invece, lo integra a proteine e DNA determinando effetti negativi che coinvolgono anche la resistenza insulinica. I suoi valori esprimono il possibile effetto di danno o di interferenza dei picchi zuccherini (sia di fruttosio sia di glucosio) nel sangue, tanto che composti simili al metilgliossale sono scientificamente definiti col termine di “glicotossine” o “allarmine”. AG: L’albumina glicata rappresenta un indice di controllo glicemico nel breve-medio periodo, essendo particolarmente sensibile a variazioni recenti della glicemia media delle ultime 3 settimane. A differenza della emoglobina glicata, i suoi valori considerano anche i picchi di fruttosio o di glucosio che si determinano dopo il pasto o dopo una assunzione di sostanze dolci o di amidi a veloce assorbimento. Risulta quindi essere un valido indicatore delle fluttuazioni glicemiche post-prandiali e un utile indicatore in tutte quelle condizioni in cui viene richiesto un controllo a breve termine dei cambiamenti glicemici. Poiché aumenta più rapidamente dell’emoglobina glicata, l’albumina glicata può permettere di attivare ulteriori e più efficaci misure preventive. La velocità di glicazione dell’albumina è 4,5 volte maggiore di quella dell’emoglobina e il suo valore è espresso in percentuale dell’albumina totale.

Le componenti genetiche analizzate dal test

La conoscenza della propria variante genica correlata alle principali patologie cronico degenerative nei propri cromosomi, e quindi nel proprio DNA, permette di definire e mettere in atto stili di vita e di alimentazione più equilibrati e adatti ai propri personali bisogni e di indirizzare il terapeuta verso la cura più adeguata. Le varianti geniche analizzate dal Test sono le seguenti:

Gene TCF7L2 associato al diabete: La presenza di una variante di questo gene è stata correlata alla maggiore possibilità di sviluppare diabete di tipo 2 rispetto alla popolazione normale. La variante genica è presente in circa il 32% degli italiani e il suo rapporto di probabilità ( odds ratio ) rispetto alla popolazione normale varia, secondo i diversi lavori, da 1,37 a 1,45. Il rapporto di probabilità è un indice statistico che mette in correlazione un fattore di rischio e una malattia. Quando è maggiore di 1 significa che il fattore di rischio può essere implicato nella comparsa della malattia. Si tratta quindi di un rischio moderato, rispetto alla norma, tuttavia significativo e certamente meritevole di una maggiore attenzione sul futuro da parte di chi evidenzi una variante su un solo gene (condizione eterozigote) o ancor più se è stata evidenziata la variante sulla coppia di geni (condizione omozigote).

Gene FTO associato all’obesità: La presenza di una variante di questo gene è stata correlata alla maggiore possibilità di sviluppare obesità, rispetto alla popolazione normale. La variante genica è presente in circa il 41% degli italiani e il suo rapporto di probabilità ( odds ratio ) rispetto alla popolazione normale varia, secondo i diversi lavori, da 1,34 a 1,55. Il rapporto di probabilità è un indice statistico che mette in correlazione un fattore di rischio e una malattia. Quando è maggiore di 1 significa che il fattore di rischio può essere implicato nella comparsa della malattia. Si tratta quindi di un rischio moderato, rispetto alla norma, tuttavia significativo e certamente meritevole di una maggiore attenzione sul futuro da parte di chi evidenzi una variante su un solo gene (condizione eterozigote) o ancor più se è stata evidenziata la variante sulla coppia di geni (condizione omozigote).

Gene PNPLA3 associato alla steatosi epatica: La presenza di varianti alleliche mutate in questo gene favorisce l’accumulo di grasso a livello epatico, fino a creare il quadro definito steatosi epatica (NAFLD, comunemente nota come “fegato grasso”) che può evolvere in steatoepatite non-alcolica (NASH) e/o causare un danno epatico progressivo che può portare a complicanze, anche severe (cirrosi e carcinoma del fegato). La steatosi di per sé si ritrova in circa il 20-30% degli adulti altrimenti sani, percentuale che sale al 50% nella popolazione diabetica e all’80% nei soggetti obesi. Questo problema riguarda anche circa il 10% dei bambini, il 38% dei bambini obesi e il 48% di quelli diabetici. Nella popolazione caucasica, e quindi anche italiana, la prevalenza si attesta intorno al 42%. Modifiche allo stile di vita e alimentari sono pilastro fondamentale nel prevenire e nel curare questa patologia, specialmente alla luce del fatto che non esiste, a oggi, una terapia farmacologica approvata. Il consumo di zuccheri semplici o un’alterata sensibilità agli zuccheri rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di NAFLD/NASH o delle loro complicanze. Una variante allelica mutata come quella testata si ritrova nel 23% degli europei e nel 49% degli ispanici. La presenza di alleli mutati si è dimostrata conferire un OR rilevante, che secondo alcuni autori raggiunge il 3,41 sulla NAFLD ed il 4,44 sulla NASH. Si è evidenziato anche un ruolo nello sviluppo di fibrosi epatica senza NASH, sul rischio di HCC, sul rischio cardiovascolare e sulla riduzione della filtrazione glomerulare renale. Conoscere in anticipo la sua presenza misurando gli effetti degli zuccheri nell’organismo può aiutare chiunque a mettere in atto i giusti comportamenti alimentari per mantenere se stesso e il proprio fegato in buona salute.

  • Lyssenko, V. et al. Mechanisms by which common variants in the TCF7L2 gene increase risk of type 2 diabetes. J. Clin. Invest. 117, 2155–2163 (2007).
  • Zeggini, E. et al. Replication of Genome-Wide Association Signals in UK Samples Reveals Risk Loci for Type 2 Diabetes. Science (80-. ). 316, 1336–1341 (2007).
  • Zeggini, E. et al. Meta-analysis of genome-wide association data and large-scale replication identifies additional susceptibility loci for type 2 diabetes. Nat. Genet. 40, 638–645 (2008).
  • Frayling, T. M. et al. A common variant in the FTO gene is associated with body mass index and predisposes to childhood and adult obesity. Science 316, 889–94 (2007).
  • BasuRay, S., Smagris, E., Cohen, J. C. & Hobbs, H. H. The PNPLA3 variant associated with fatty liver disease (I148M) accumulates on lipid droplets by evading ubiquitylation. Hepatology 66, 1111–1124 (2017).
  • Wang, J.-Z., Cao, H.-X., Chen, J.-N. & Pan, Q. PNPLA3 rs738409 underlies treatment response in nonalcoholic fatty liver disease. World J. Clin. Cases 6, 167–175 (2018).

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